Storia, arte e cultura di Barcellona

Famosa per la sua modernità e la movida, Barcellona è in realtà una città ricca di storia e legatissima alle sue tradizioni. Conosciamole un po'!

Barcellona non è solo feste e divertimenti!

E’ una città moderna e Europea dove la vita di tutti i giorni è scandita dagli eventi passati, dalla storia della città e dalle tradizioni che la rendono unica agli occhi del visitatore.

Avrete l’imbarazzo della scelta per calarvi appieno nel fervore e originalità della sua cultura!

Breve storia di Barcellona

La storia della città dalla fondazione nel III secolo a.C. da parte del padre di Annibale ai giorni nostri.

III sec. a.C.: fondazione di una città

Barcino (antico nome di Barcellona) fu fondata secondo la leggenda nel III secolo a.C. dal cartaginese Hamil Barca, padre di Annibale.

Conquistata dai romani nel 218 a.C., la città fu battezzata con il nome di Colonia Iulia Augusta Faventia Paterna Barcino e organizzata come un castrum (un campo militare fortificato), situato a Mons Taber, una collina dove oggi sorgono da una parte il municipio e dall’altra la sede della Generalitat (Plaça de Sant Jaume).

IV-X secolo: prime invasioni

Nel V secolo, all’inizio del declino dell’impero romano, i Visigoti conquistarono la città, seguiti dai Mori nell’VIII sec, dai Franchi guidati da Carlo Magno nell’801. Questi ne fecero la capitale del contado di Barcellona, saccheggiata in seguito da Al-Mansur nel 985.

XI-XVI sec: medioevo

A partire dal X secolo, per Barcellona iniziò un lungo periodo di prosperità grazie al suo primato nell’ambito del commercio nel Mediterraneo. Furono eretti sfarzosi edifici gotici e, tra il XIII e il XIV secolo, il cuore medioevale della città fu protetto da nuove cinte murarie.
Con l’ascesa della vicina Castiglia, però, le rotte commerciali si spostarono ben presto e, a partire dal XV secolo Barcellona entrò in un periodo di decadenza che durò a lungo.

1638-1652: rivolta catalana

In opposizione alle severe politiche repressive attuate da Madrid, alcune fazioni locali, conosciute come Els Segadors (i mietitori), si ribellarono. La lotta iniziò nel 1640 e si protrasse fino al 1652, quando i catalani e gli alleati francesi furono sconfitti.

1700: guerra di successione

L’opposizione dei catalani all’egemonia castigliana provocò spesso rivolte che raggiunsero l’apice durante la Guerra di successione (1702-1713), quando per errore la Catalogna si schierò al fianco del Regno Unito e dell’Austria contro Filippo V, il contendente francese al trono di Spagna. Il risultato fu la messa la messa al bando della lingua catalana e la costruzione di un enorme forte, La Ciutadella, per tenere sotto controllo i sudditi infedeli.
Solo verso la fine del ‘700 la situazione cominciò lentamente a migliorare.

XIX secolo: rivoluzione industriale

> Il boom dell’industria e il commercio con l’America, iniziato solo alla fine del ‘700, rinvigorirono la città. La rivoluzione industriale spagnola, inizialmente basata sul cotone, iniziò proprio a Barcellona e fu seguita presto dallo sviluppo delle industrie del vino, del sughero e del ferro.
Tra gli anni ’40 e ‘40, il Romanticismo ridestò l’interesse per la cultura e la lingua catalane, che stavano per scomparire.

1888-1929: la Renaixença

Il nuovo benessere, rappresentato dalle Esposizioni Universali del 1888 e dei 1929, diede il via alla Renaixança (Rinascimento) catalana, una specie di crociata condotta da poeti e scrittori locali per diffondere la lingua della loro gente.
Più o meno contemporaneamente nacque un forte movimento nazionalista.

1929-1931: le rivoluzioni

All’inizio del XX secolo a Barcellona vi fu un vero e proprio boom demografico: la popolazione passò da 115.000 abitanti nel 1800 agli oltre 500.000 nel 1900, per superare il milione nel 1930
Fra lavoratori, nazionalisti, comunisti, fascisti spagnoli, realisti, anarchici e repubblicani era diffuso un forte malcontento. Nel 1909, le proteste contro la guerra in Marocco sfociarono nella Semana Tràgica (settimana tragica).

1931-1936: la Repubblica Anarchica

Nel 1931, al sorgere della Seconda Repubblica Spagnola, i nazionalisti catalani proclamarono una repubblica all’interno di una ‘Federazione Iberica‘: la Catalogna ottenne velocemente una vera e propria autonomia, dopo la vittoria delle elezioni politiche di febbraio 1936 da parte del partito di sinistra, il Fronte Popolare. Per circa un anno, gli anarchici rivoluzionari e il POUM (il Partito di Unificazione degli Operai Marxisti) governarono la città.

1936-1975: la guerra civile e Franco

Allo scoppio della guerra civile nel 1936, i lavoratori e i militanti di Barcellona riuscirono per un po’ a contenere l’esercito golpista. La città, ultima roccaforte dei repubblicani, fu presa dalle truppe di Franco nel gennaio del 1939 e la guerra finì pochi mesi dopo. Ebbe inizio una dura repressione, tra cui l’abolizione della lingua catalana e della danza popolare chiamata sardana, e, invece di sottostare a Franco, migliaia di catalani abbandonarono il paese passando dal confine con la Francia e da quello con Andorra.

1975 e anni ’80: verso la democrazia

La morte di Franco nel 1975 ridestò il movimento indipendentista catalano: la lingua catalana fu riabilitata e fu fondata la Generalitat, una specie di Parlamento locale, intorno al quale ancora oggi la gente si riunisce più volte a settimana per danzare la sardana.
Con l’entrata in vigore della nuova Costituzione spagnola, la Catalogna ottenne l’autonomia regionale. Il primo governo catalano fu eletto nel 1980.

1992 – Oggi: le Olimpiadi e oltre

Barcellona sali alla ribalta internazionale nel 1992 con i Giochi Olimpici, in occasione dei quali la città ha potenziato tutte le infrastrutture, la metropolitana, le aree portuali, la rete ferroviaria e l’aeroporto, dando straordinario impulso al sempre più importante turismo.
Oggi, Barcellona ha un orientamento politico socialista e si definisce sia spagnola che catalana.

Olimpiadi di Barcellona del 1992

Il 23 febbraio 1981, Antonio Tejero, colonnello della Guardia Civil, si aggirò sparando nel parlamento spagnolo, deciso a porre fine alla democrazia da poco ristabilita per imporre un regime di estrema destra. Il suo tentativo di colpo di stato fallì, ma da esso scaturì un fatalismo paralizzante, un sentimento di sfiducia nei confronti della giovane democrazia, che si presentava difficile da vincere, soprattutto in Catalogna.

Narcis Serra, allora sindaco di Barcellona, ebbe l’idea giusta al momento giusto: proporre Barcellona, capitale della Catalogna, come sede dei Giochi Olimpici del 1992, in modo da costruire un simbolo di prestigio per la città, che catalizzasse gli interessi della popolazione. Forse Serra non immaginava fino da allora l’entusiasmo smisurato con cui sarebbe stata accettata la sua proposta, ma di certo non poteva esistere un antidoto migliore per risollevarsi dal colpo di stato.

Già tre volte in passato la città aveva cercato di ospitare le Olimpiadi e sempre altre città avevano avuto la meglio: nel 1920 Parigi, nel 1936 Berlino e nel 1972 Monaco. Non era permessa una quarta sconfitta! E il Comitato Olimpico Internazionale capì la situazione. Questa decisione a favore di Barcellona fece scaturire una esplosione di gioia smisurata che coinvolse tutte le classi sociali e diede una carica di ottimismo a un grande numero di iniziative economiche.

I Giochi Olimpici furono visti come uno stimolo per lo sviluppo di molte altre attività a lungo termine e non come scopo ultimo: l’antico stadio olimpico ristrutturato a Montjuic e il modernissimo Palazzetto dello Sport Sant Jordi furono certamente una conquista per i cittadini, ma lo furono a maggior ragione il miglioramento delle infrastrutture, lo sviluppo della rete stradale, l’ampliamento dell’aeroporto, la modernizzazione delle telecomunicazioni e la ristrutturazione dell’antico quartiere Poble Nou.

La XXV edizione dei Giochi Olimpici, quindi, si svolse a Barcellona dal 25 luglio al 9 agosto 1992. Questi si possono definire i giochi delle scissioni, nascono infatti nuovi stati indipendenti (Estonia, Lituania, Lettonia) e della partecipazione alle gare di una squadra unica per le due Germanie ormai riunite, nonché della riammissione del Sud Africa.

  • Nazioni partecipanti: 169
  • Atleti partecipanti: 9356 (Uomini 6652; Donne 2704)

Lingua Catalana

Il catalano è una lingua neolatina romanza con influenze anche gallo-romanze parlata in Catalogna, nella regione di Valencia, nelle Isole Baleari (Spagna), nella Repubblica di Andorra, nel Rossiglione francese e nella città sarda di Alghero (Regione Autonoma Sardegna – Italia).

Nel Paese Valenciano la lingua prende il nome di valencià (valenciano), mentre nelle Isole Baleari è comunemente chiamato mallorquin (maiorchino). Il barcellonese, il valenciano e il maiorchino presentano differenze rilevanti solo a livello fonetico.

Nelle città spagnole di lingua catalana lo studio di questa è notevolmente incoraggiato da almeno trent’anni, conferendole così sempre più forza e potere e ad oggi il dominio linguistico della lingua catalana si estende su 68.000 km 2 , nei quali vivono 11.380.000 abitanti.

Il catalano si formò a cavallo dei Pirenei tra l’VIII e il X secolo, nei territori dell’Impero Carolingio che rappresentavano i contadi della Marca Ispanica. Durante il XII e il XIII secolo si estese verso sud e verso est, grazie alle conquiste territoriali del regno d’Aragona e Catalogna, e la frontiera linguistica si stabilì alla fine del regno di Giacomo I.

Lunga e florida fu la produzione letteraria in catalano: le prime testimonianze scritte del catalano, stando alle conoscenze attuali, sono frammenti della versione catalana del Forum Iudicum e di un libro di omelie della chiesa di Organyà (Homilies d’Organyà), entrambi del secolo XII. Il catalano ebbe una notevole espansione come lingua di creazione e di governo (Cancelleria Reial) tra i secoli XIII e XVI, quando il regno di Aragona e Catalogna estese i suoi domini nel Mediterraneo, giungendo in Sicilia, in Sardegna, a Napoli e persino ad Atene.

Tra le opere letterarie di importanza universale di questo periodo sono certamente degne di nota quelle di Ramon Llull, contemporaneo di Dante, che creò la prosa letteraria e filosofica in volgare, figurando, così, tra i principali scrittori del periodo medievale. Da aggiungere, inoltre, le opere di Francesc Eiximenis, Anselm Turmeda, Bernat Medico, Ausiàs Marc, o Tirant il Bianco, considerato il primo romanzo moderno della letteratura occidentale. Sono in catalano anche le grandi raccolte di leggi di quest’epoca, come i Furs de València, i Costums de Tortosa, gli Usatges o il Libro del Consolato del Mare, un codice di commercio marittimo che fu applicato in tutto il Mediterraneo fino al secolo XVIII.

Anche se ebbe un accesso rapido alla stampa (come dimostra la comparsa, già nel 1474, del primo libro stampato in catalano: Les trobes en llaors de la Verge Maria), durante il Rinascimento e il Barocco la lingua catalana attraversò una fase di decadenza rispetto alla letteratura colta. Mantenuta inizialmente solo per l’uso legislativo e amministrativo, e come unica lingua vernacolare, perse presto anche questa funzione a favore del sempre più fiorente castigliano.

In concomitanza con i movimenti del romanticismo e del nazionalismo che sorgevano in tutta Europa, la lingua catalana visse una ricca rinascita (Renaixença) letteraria, il cui inizio è solitamente individuato nella pubblicazione dell’ode La Pàtria (1833) di Bonaventura Carles Aribau, e che continuò con la produzione poetica, teatrale e narrativa di molti autori della Catalogna, delle Isole Baleari e delle terre di Valencia.
Parallelamente furono avviati studi sulla lingua ed elaborati dizionari, trattati di barbarismi e di ortografia, che anticipano la normalizzazione moderna iniziata agli inizi del XX secolo da Pompeu Fabra.

Con la costituzione repubblicana del 1931 e lo statuto di autonomia del 1932, la Catalogna poté recuperare la propria istituzione di governo (la Generalitat), il catalano fu dichiarato lingua ufficiale e vi fu un’attiva politica di sostegno all’insegnamento dell’idioma. Nelle Isole Baleari e nelle terre di Valencia, invece, gli statuti di autonomia non furono approvati.

Tra il 1939 e il 1975, durante la dittatura istituita alla fine della guerra civile, la persecuzione del catalano fu intensa e sistematica, soprattutto fino al 1962. Il regime proibì la pubblicazione di libri, giornali e riviste, la trasmissione di telegrammi e le conversazioni telefoniche in catalano; il castigliano era la lingua usata nel doppiaggio dei film, nelle rappresentazioni teatrali e nelle trasmissioni radiofoniche e televisive; i documenti amministrativi, notarili, giudiziari o commerciali erano sempre in castigliano e quelli redatti in catalano erano considerati nulli per legge; la segnaletica stradale e commerciale, la pubblicità e, in generale, tutta l’immagine esterna del paese erano in castigliano. Ciò non vietò la conservazione della lingua catalana come idioma di comunicazione familiare, sia in Catalogna che negli altri territori di lingua catalana.

Con il recupero delle libertà democratiche, la Costituzione del 1978 riconosce la pluralità linguistica e stabilisce che le lingue spagnole diverse dal castigliano possono essere ufficiali, in base agli statuti di autonomia. Gli statuti della Catalogna (1979) e delle Isole Baleari (1983) riconoscono il catalano come lingua propria di questi territori e la dichiarano lingua ufficiale insieme al castigliano; la stessa decisione è stata presa, con la denominazione legale di valenciano, anche dalla Comunità Valenciana (1982). Parallelamente, la costituzione di Andorra (1993) statuisce che il catalano è la lingua ufficiale dello Stato.

Dal 2005, infine, l’Unione Europea ha riconosciuto il catalano come lingua minoritaria o regionale, attribuendole la co-ufficialità accanto al castigliano.

La Sardana, danza tradizionale catalana

Probabilmente in Catalogna non c’è niente di più caratteristico della Sardana, una danza tradizionale collettiva con probabili origini greche.
Il poeta catalano Joan Maragall la descrive come un “magnifico anello che si muove” e di certo l’immagine rende l’idea di questa danza che si esegue tenendosi per mano con movimento circolare, accompagnati dal suono della cobla, una banda di ottoni e fiati.

Solitamente la Sardana si balla con vestiti normali, sebbene esista un costume tradizionale che consiste in un vestito bianco con una cintura nera legata in vita e delle espadrille ai piedi.

Non bisogna stupirsi se ci si ritrova catapultati nel cerchio a eseguire i passi insieme ai ballerini: sarà di certo entusiasmante sentire il coinvolgente spirito di questa movimentata danza!